I CORVI DI “DUMBO” ED IL PROBLEMA RAZZISMO. QUANDO LA PROBLEMATICA E’ PEGGIORE DI QUEL CHE APPARE

di Dennis Vincent Klapwijk Dip. Lavoro FGCI

Un po’ tutti abbiamo sentito parlare della discussione sui film Disney, inerente il discorso “razzismo”. Da “Dumbo” con i suoi corvi neri e giocherelloni agli indiani di “Peter Pan”.


La chiusura di ogni polemica è stata posta con l’aggiunta dei disclaimers, l’equivalente di cartelli di avviso precedenti al film che possano spiegare come nelle epoche di produzione di questi cartoni animati la cultura generale fosse “leggermente” razzista (servono anche sotto il profilo legale) e quindi non vadano presi per un messaggio implicito di superiorità bianca.
Ovviamente le solite polemiche sul “non esagerare con il discorso del razzismo” si sono viste e sentite. In particolare sui corvi di Dumbo, i simpatici volatili canterini. Ispirati agli avventori dei locali di Harlem e affini, musicisti allegri e nel contempo di frequentazioni malavitose, secondo lo stereotipo al centro delle critiche.
Immense discussioni, grandi dibattiti. Interessanti ed anche utili. Che deve essere chiaro come la società contemporanea non tema il confronto col passato.


Eppure c’è un punto del film Dumbo che non è stato trattato eccessivamente. Anzi, è stato quasi messo da parte. Ed è un punto che mostra come il razzismo altro non sia che uno degli strumenti dell’oppressione di classe, strumento utile a dividere le masse dei lavoratori.


“The song of Roustabouts” è l’unica canzone del film a non essere stata tradotta e doppiata in italiano. Forse era troppo inconcepibile per una società da poco uscita dal Fascismo e dal razzismo colonialista. Ascoltata in inglese, difficile a comprendersi anche per chi lo capisce ma non è madrelingua, è allegra e ritmata. Tradotta, acquista tutto un altro significato.
E’ la canzone che si sente quando il treno del circo, poco dopo che la cicogna ha portato Dumbo alla madre, si ferma e gli elefanti scendono per montare il tendone assieme ai neri che lavorano come uomini di fatica.
Le traduzioni possono variare, “roustabouts” è un termine che indicava i lavoratori a giornata, solitamente girovaghi in cerca di lavoro per pochi giorni. E generalmente afroamericani. Userò la traduzione impropria “operai a giornata”.


Lavoriamo tutto il giorno, lavoriamo tutta la notte
Non abbiamo mai imparato a leggere o scrivere
Siamo degli operai a giornata dal cuore felice
Quando gli altri sono andati a letto
Lavoriamo come schiavi finché non siamo quasi morti
Siamo degli operai a giornata dal cuore felice
Non sappiamo quando avremo la nostra paga
E quando la riceviamo, buttiamo via la nostra paga
(Quando riceviamo la nostra paga, buttiamo via tutti i nostri soldi)
Riceviamo la nostra paga quando i bambini dicono
Con il cuore felice: “Oggi è il giorno del circo”.
(Così prendiamo la nostra paga, solo guardando i bambini nel giorno del circo)
Muscoli doloranti
Schiena che si spezza
Uova e pancetta, ecco cosa vogliamo (Sì, signore!)
Il capo ci perseguita
“Continua a martellare
In cambio del tuo letto e del tuo cibo !”
Non c’è un attimo di tregua
Dobbiamo prepararci
“Tira quella tela! Fissa quel paletto!”
Voglio addormentarmi
Togliermi i vestiti
Ma devo stare sveglio
“Tendi quella tela! Canta quella canzone !
Lavorate e ridete tutta la notte
Voi, gente dal cuore felice”
Tirando, martellando, testando, fissando
La grande cima va arrotondandosi
“Continuate a lavorare !
Smettetela di fare gli sfaticati!
Afferra quella corda, scimmia pelosa !”
Martellando, martellando, martellando, martellando….


Un bel miscuglio di contenuti edificanti ed educativi. Gli uomini di fatica, tutti neri, sono analfabeti, lavorano come schiavi, non vengono pagati.
Nel caso ricevano una paga, ammettono di gettarla via (donne e alcool). Quindi la loro migliore paga è la gioia dei bambini (bianchi) quando vanno al circo.
Frattanto, lavorando mentre gli altri dormono, stanchi morti, vengono continuamente insultati (scimmia pelosa) dal padrone del circo , che ricorda loro come chi non lavori non mangi.
Fa specie pensare ai bambini al cinema che ascoltano una canzone del genere, imparando sin da piccoli cosa pensare sugli uomini di origine africana. Risulta più facile capire come mai ancora oggi tante teste di cultura inesistente negli USA abbiano introiettato il razzismo più becero.
Sì, sì, ovviamente ci sono anche le tesi “negazioniste” (su ogni argomento esiste qualche negazionista): la canzone in realtà era ironica, sottolineava come fosse dura la condizione dei Roustabouts.
Beh, diciamo che se voglio denunciar qualcosa ironizzandoci sopra, anche negli USA degli anni ’40 posso trovare parole migliori. Anzi, diciamo che una canzone simile, se fosse critica per davvero, esprimerebbe la sua critica in una maniera talmente confusa che sarebbe stato meglio evitare direttamente di inserirla.
Sembrerebbe più che altro un testo, se proprio non vogliamo accettare il palese razzismo delle parole, che si limita a descrivere una situazione reale, di forte disagio sociale, immutabile nel tempo e quindi da accettare definitivamente.


Questa canzone esprime un chiaro messaggio di superiorità: tra i Roustabouts non ci sono bianchi. I neri, ignoranti e sfruttabili, sono ottima manodopera che può essere utilizzata al pari di un animale (gli elefanti difatti lavorano nell’innalzare il tendone del circo assieme ai manovali).
E’ chiaro che un clima culturale del genere creasse ai tempi una divisione tra i lavoratori stessi, bianchi e neri, e che i ricchi approfittassero di questa situazione. Ed è il caso che non si perda mai la memoria di questi casi storici.
Oggi vediamo un mondo del lavoro molto simile, contestualizzato. “Ti paghiamo 800 al mese, se non ti sta bene, vai via che assumiamo un immigrato a 600 euro”.
Sarebbe stato preferibile nei dibattiti su questo film una discussione ampliata oltre i corvi canterini, tirando in ballo anche questi Rostabouts. Una discussione che però avrebbe sicuramente fatto emergere come qualcuno stia cercando di tornare ad un sistema del genere, con lavoratori non pagati ma che faticano come schiavi.
In assenza di una discussione, ci abbiamo pensato noi de “L’unità dei lavoratori” a ridare una briciola di dignità a questi poveri personaggi secondari, così anonimi da non avere nemmeno dei volti definiti nei disegni. E abbiamo pensato anche a sottolineare come la questione della problematica razzista in “Dumbo” vada ben oltre il quintetto di corvi. Incide direttamente sull’educazione sociale ed economica. Una mala educazione.

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